bibbia | Con Maria a Gesù

Con Maria a Gesù

venerdì, 13 novembre 2009

Marco 13,24-32
XXXIII domenica del tempo ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
 Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.
 Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
 In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».
____________________________

 Quasi alla fine dell’anno liturgico, mentre ci prepariamo a salutare l’evangelista Marco, la liturgia ci propone un brano del tredicesimo capitolo del primo evangelo. Un testo difficile, che non possiamo decodificare se non tenendo conto del suo genere letterario – quello apocalittico – e mettendo al centro della nostra lettura non la fine della creazione, ma il fine della sua storia.
 Ogni giorno facciamo l’esperienza drammatica del conflitto fra il bene e il male, percepiamo la fragilità e la bellezza dell’amore che ci abita, sentiamo in noi il desiderio di una giustizia irrintracciabile negli umani tribunali, e ci chiediamo cosa rimarrà di tutto questo, chi ne uscirà vincitore, se davvero tutto l’amore gettato nei solchi dei giorni, dei mesi e degl’anni porteranno ad un raccolto abbondante.
 Questa è la promessa radicata nel cuore.
 Questa è la certezza della Parola che non passa, che non conosce ammuffimenti e vecchiaie.
 Questa è la speranza con cui lo Spirito infiamma la nostra passione di bellezza, desiderio di sfiorare l’eterno, ricerca di pienezza di vita.
 La storia, quella del mondo, la mia, la tua, è nelle mani di Dio e l’ultima parola su di essa sarà il trionfo del Risorto. L’universo è lanciato verso quel punto. Quello è il suo fine.
 Nulla andrà perso. Il più invisibile gesto d’amore verrà ritrovato nel cuore di Dio, come un bicchiere d’acqua fresca, una mano stretta nel sigillo della pace, un’accoglienza incondizionata a chi si sente stretto nel morso della delusione.
 La venuta del Signore non porterà distruzione o azzeramento, ma la Sua eterna regalità. Fino alla fine, quella di Gesù, è una buona notizia. I nostri poveri cuori masticati dall’amore, non cadranno nel vuoto, ma saranno raccolti dal Veniente e consegnati nella mani del Padre. Lui sa. Lui non dimentica.

 Impariamo dalla parabola. Occhio all’albero, ai rami, al germoglio.

 Ecco il legno piantato sulla collina.
 Ecco il Germoglio a braccia spalancate.
 E’ vicino.
 E’ alla porta.
 Silenzio!
 Tendete bene l’orecchio, forse sta già bussando…


don Roberto
robertoseregni@libero.it


scritto da: ciccio56 alle ore 21:22 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, bibbia
mercoledì, 11 novembre 2009

Dal Vangelo secondo Luca 17,11-19
Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: “Gesù maestro, abbi pietà di noi!”
Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono sanati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: “Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?” E gli disse: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”
__________________

Tutto è grazia diceva S. Agostino. Tutto quello che riceviamo anche attraverso i fratelli è un dono che viene da Dio. Noi tutti pensiamo invece che sia merito nostro, non sappiamo cos'è la gratitudine, non sappiamo dire grazie a Dio anche solo per la vita che ci è stata donata, anzi spesso ci lamentiamo pure di questo meraviglioso dono. Dire grazie è come un sorriso che ti esce dal cuore, fa stare bene chi lo riceve e te che lo dai!

scritto da: ciccio56 alle ore 07:48 | link | commenti (1)
categorie: riflessioni, bibbia
lunedì, 09 novembre 2009

Dal Vangelo secondo Luca 17,7-10
In quel tempo, Gesù disse: "Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare".

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Fino a che punto riesco a servire gli altri? Fino a che punto do me stesso agli altri? Fino a che punto so dire di sì quando è giusto dire di sì o dire di no quando è giusto dire di no? Fino a che punto riesco ad assomigliare a Gesù? Perchè il punto è questo: assomigliare a Gesù!
Spesso diamo se riceviamo in cambio o addirittura pretendiamo ricevere senza dare. Pretendiamo di essere serviti, di ricevere sempre un sì, senza mai essere disposti a dire di sì!
Gesù ci vuole disponibili gli uni agli altri!

scritto da: ciccio56 alle ore 22:47 | link | commenti
categorie: riflessioni, bibbia
sabato, 07 novembre 2009

Marco 12,38-44
XXXII domenica del tempo ordinario

 In quel tempo, Gesù nel tempio diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
 Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
 Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
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 Leggo e rileggo questo brano di Vangelo. Mi stupisce l’attualità disarmante della Parola di Gesù. Lascio la Bibbia aperta sulla scrivania, faccio due passi per casa. Ci penso e ci ripenso: sì, quegli scribi sono ancora in mezzo a noi. Anzi, stanno dentro di noi. E la vedova che dona tutto? Sì, c’è pure quella. Ma oggi, come al tempo di Gesù, non fa notizia, non cerca la ribalta. Ci vogliano i Suoi occhi per riconoscerla.
 Il brano di Vangelo ci presenta questi due quadri contrapposti che il Rabbì di Nazareth commenta ai suoi discepoli.
 Da una parte ci sono gli scribi e i ricchi che fanno visita al tempio. Sono il simbolo dell’esibizionismo del sacro e dell’idolatria dell’apparire. Nel cortile del tempio, nel quale avevano accesso anche le donne, erano allineate tredici ceste per le offerte e i sacerdoti erano incaricati di valutare le offerte e di dichiararne ad alta voce la quantità. Niente di più allettante per chi si nutre di protagonismo, servendosi di tutto e tutti – pure di Dio – per apparire ed ostentare la propria devozione. Ai tempi di Gesù, come oggi, queste sono le storture più pericolose per l’uomo religioso che non serve Dio e i fratelli, ma si serve di loro. Le nostre comunità devono avere il coraggio di smascherare queste ipocrisie, di sottoporre senza paura ad una radiografia seria e serena le proprie scelte e le proprie priorità. Ciascuno di noi, chiamato ad essere discepolo libero e coraggioso del Risorto, deve sterminare il fariseismo che lo abita.
 Dall’altra parte c’è la vedova. Mi colpisce quello che Gesù fa notare ai suoi discepoli osservando il gesto della donna: non lascia il superfluo, ma quanto aveva per vivere. Lei è vedova e povera, eppure dona tutto. La sua condizione sociale la espone alla povertà, all’assenza di tutela giuridica, eppure lei non tiene da parte nulla, non si assicura qualcosa per il futuro. Il suo dono è radicale. Si affida totalmente a Dio.

 Interessante è notare che una delle condanne più dure che Gesù annuncia nel Vangelo si trova in questo brano. Strano, non vi pare? Non siamo per le strade di qualche periferia malfamata, ma nel santo tempio di Gerusalemme e l’accusa di Gesù è a carico della casta religiosa del tempo: “Essi – cioè gli scribi - riceveranno una condanna più severa” (v.40). Loro volevano mettersi in cattedra, abbindolare la folla con simulazioni di lunghe preghiere e pretendere posti d’onore per riempirsi lo stomaco, ma Gesù è di tutt’altro parere: in cattedra ci deve salire la povera vedova.
E’ lei il modello del discepolo libero e coraggioso che si mette nella mani di Dio.
E’ lei l’immagine della comunità che ha la sua ricchezza nella povertà di chi affida tutto nella mani di Dio, unico vero tesoro.

Buona settimana
don Roberto
robertoseregni@libero.it

scritto da: ciccio56 alle ore 07:09 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, bibbia
mercoledì, 04 novembre 2009

Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33
In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse: 
“Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace.
Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

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Essere cristiano, discepolo di Cristo, è una scelta seria, una scelta radicale. Non si può essere cristiani senza spezzare molti legami, senza allargare la famiglia. La famiglia può essere un ostacolo, tende a legarti, a legare l'amore che invece deve  allargarsi a tutti, tende a tenerti vincolato ai soli membri di appartenenza familiare. Se non hai in odio questi legami, se non hai in odio tutto ciò che ti impedisce di amare veramente tutti, di donarti "anima e corpo" agli altri non diventerai  mai discepolo di Cristo.

scritto da: ciccio56 alle ore 08:38 | link | commenti
categorie: riflessioni, bibbia
martedì, 03 novembre 2009

Dal Vangelo secondo Luca 14,15-24
In quel tempo, uno dei commensali disse a Gesù: “Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio!”
Gesù rispose: “Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi.
Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato.
Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato.
Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi.
Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto.
Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia. Perché vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena.

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I nostri padri , i pagani, sono stati spinti ad entrare, ma una volta entrati hanno preso parte alla cena. Noi ci siamo ritrovati già seduti a tavola, dobbiamo solo stare al nostro posto e allungare le mani, ma non bisogna perdere questo privilegio. Siamo diventati i veri amici del padrone di casa e dobbiamo restare tali, invece spesso anche noi inventiamo scuse per allontanarci da quella casa, da quella cena.
C'è la partita poi torno, vado in discoteca poi torno, mi siedo un pò al pc poi torno, vado al bar con gli amici poi torno, ho bisogno di fare una passeggiata poi torno, ho bisogno di piaceri poi torno, devo lavorare poi torno, mia moglie mi reclama poi torno, vado a vedere un cantante poi torno, vado al cinema poi torno, ho una riunione di circolo poi torno, mi serve un pò di sballo poi torno..............Il rischio è...........

scritto da: ciccio56 alle ore 08:03 | link | commenti
categorie: riflessioni, bibbia
lunedì, 02 novembre 2009

E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. (Gv 6,39)

scritto da: ciccio56 alle ore 07:43 | link | commenti (2)
categorie: bibbia
venerdì, 30 ottobre 2009

Matteo 5,1-12
Domenica 1 novembre - Solennità di tutti i Santi

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
______________

 “Beati” è la prima parola del Rabbì di Nazareth nel suo discorso dal monte. E’ la prima parola del ribaltamento dei poteri e delle gerarchie. Gesù si è schierato, i beati sono loro. In questa sovversione sta la radice della santità che oggi celebriamo.
 Ognuno di noi è chiamato a far sua questa logica nuova, a fare piazza pulita delle presunte e illusorie beatitudini che ci circondano.
 Beh, diciamocelo onestamente, quando ci vien da pensare “Beato te…” la prima immagine che scorre per la testa non è certo quella di un povero in spirito o un perseguitato per la giustizia. Per noi i “beati” sono quelli che hanno un posto di lavoro sicuro; quelli che riescono a fare la settimana bianca; quelle che hanno un marito che si ricorda sempre le date degli anniversari, dei compleanni ed è pure bravo a stendere i panni; quelli che prendono trenta agli esami e nel frattempo riescono pure a lavorare, fare gli allenamenti di calcio e portare la fidanzata alle terme. Questi per noi sono i beati!
 Ma Gesù – per fortuna! - sembra di un altro parere. La sua logica è sovversiva rispetto ai criteri di cui siamo imbevuti. Nelle parole del Rabbi di Nazareth c’è una carica profetica, una promessa che spoglia le felicità promesse dai nuovi idoli del nostro tempo e che svela ciò che sono per davvero: menzogne e illusioni.
 I beati del Regno di Dio sono i poveri in spirito, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i perseguitati... Questo è il Vangelo! Questa è la buona notizia! Se Gesù avesse detto che beati sono i ricchi, i sani, i belli, i forti,... che novità ci sarebbe stata? Se Gesù avesse detto che i beati sono quelli realizzati, felici e pasciuti,… che carica profetica ci sarebbe stata nel suo annuncio?
 Nuovamente la Parola ci chiama ad una scelta da rinnovare ogni giorno, ci mette nel cuore il coraggio per credere alla promessa di Gesù e percorrere i sentieri della santità.
 La logica corrente ti impone di procedere a spallate per conquistare ciò che desideri? Costruisci pace.
 Sei provocato dall’aggressività che ti circonda? Rimani mite.
 Ti senti l’unico fesso del pianeta che fa tutte le cose in regola senza evadere da nessuna parte? Cerca la giustizia.
 Ti senti guardato come un marziano perché tutte le settimane vai alla catechesi? Regala un sorriso.
 Ti senti pronto a seguire le tracce del risorto, ti rendi davvero conto che con Lui o senza di Lui non è la stessa cosa, senti il desiderio di portare tutto nelle mani del Padre e lasciare che lo Spirito guidi di i tuoi passi? Se è così, allora auguri, caro amico, oggi è la tua festa!

Buona settimana

don Roberto
robertoseregni@libero.it

scritto da: ciccio56 alle ore 11:23 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, bibbia
venerdì, 23 ottobre 2009

Marco 10,46-52
25 ottobre 2009 – XXX domenica del tempo ordinario

 In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
____________________________

 Quello del cieco è l’ultimo dei miracoli raccontati nel Vangelo di Marco. Ultimo e definitivo: la guarigione dalla cecità. Il Rabbi di Nazareth si prepara ad entrare a Gerusalemme (Mc 11,1ss) e gli occhi dei discepoli si devono aprire per riconoscere la novità inaudita del Messia Crocifisso. Proprio per questo l’evangelista sembra descrivere non solo il racconto di una guarigione, ma anche il prototipo del discepolo e del suo cammino: l’ascolto (v.47), l’invocazione e la preghiera (vv.47-48), la chiamata (v.49), l’incontro personale con Gesù (vv. 50-52a) e la sequela (v.52b).
 Interessante è anche sottolineare tutta la dimensione fisica della sequela. L’esperienza della fede non è solo questione di testa, infatti troviamo gli orecchi che ascoltano (v.47), la bocca per gridare e pregare (vv.47-48), le mani per liberarsi del mantello (v. 50a), i piedi per correre da Gesù (v. 50b) e gli occhi per vederlo e seguirlo (vv. 51-52).
 Ripenso ai poveri Giacomo e Giovanni, usciti ben ammaccati dal colloquio della scorsa settimana con Gesù. Alla loro spavalda richiesta, il Rabbì di Nazareth aveva risposto con una contro-domanda: “Che cosa volete che io faccia per voi?” (v. 36). La stessa identica domanda la troviamo oggi, rivolta al cieco.
 Certo, può suonare strano che Gesù chieda ad un cieco che cosa vuole che faccia per lui. In realtà questa domanda è davvero fondamentale, non solo nell’incontro con Bartimeo, ma in tutto lo svolgersi del Vangelo e della nostra vita di discepoli.
 Tutti noi abbiamo desideri e li portiamo (spero!) davanti a Dio nella nostra preghiera. Il problema sta nel verificare se questi desideri sono maturati al sole dello Spirito oppure no. A volte incontro persone arrabbiate perché Dio non ha realizzato le loro richieste o i loro piani e spesso mi vien da pensare: per fortuna!
 Molti cristiani si costruiscono dei gran progetti, mettono a fuoco le loro mete, impacchettano tutto e poi portano devotamente davanti al buon Dio le loro richieste, aspettando che Lui metta un bel timbro ed esaudisca le richieste con tempistiche svizzere. Un po’ riduttivo, non vi pare?
 Tutto il Vangelo è educazione del desiderio, per imparare alla luce della parola cosa desiderare e chiedere. Gesù chiama i dodici a stare con Lui (Mc 3,14) proprio per inzuppare i loro cuori della logica nuova del Regno, per evangelizzare i loro desideri.

 Rileggo tutto, e mi convinco che oggi, quella stessa domanda rivolta al cieco Bartimeo, è per me.
 Tocca a me fare ordine nel cuore, evangelizzare i miei desideri e lasciarmi trasformare dalla Sua Parola.
 Tocca a me rialzarmi dai miei nascondigli e uscire allo scoperto come Bartimeo. La sua voce mi chiama. Chi può resistere?
 Tocca a me affrontare quella situazione che continuo a rimandare, donare quel perdono atteso o chiarire quella situazione ambigua.
 Tocca a me riconoscermi cieco e lasciarmi guarire dalla potenza dello Spirito.

Pronto?

Buona settimana
don Roberto
robertoseregni@libero.it

scritto da: ciccio56 alle ore 23:07 | link | commenti (2)
categorie: riflessioni, bibbia

La mamma di Gesù è la mamma di tutta l'umanità, ed è lei il novello San Giovanni Battista che ci annuncia tutti i giorni suo Figlio.



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